mercoledì, 23 luglio 2008
Come noto il Presidente di Sapere-Lavoro ha abbandonato ufficialmente la status di uomo libero. In un contesto interessante, di fianco alla Festa dell'Unità (ma dov'è l'unità?!) e baciati in fronte molti degli astanti dalla fortuna (nella materia empirica degli sfoghi dei piccioni romani), si salutava ufficialmente la First Lady di Sapere Lavoro, qui ritratta in una foto non autorizzata nella quale saluta gli invitati al grido di "Bella pe' Voi".

first lady

Io c'ero, e nell'occasione colsi l'opportunità di fare per la prima volta in vita mia il quasi turista in Italia. A parte un senso generale di nausea verso i mass media, dovuti anche all'assenza del mio pc, che si è tradotto in conati di vomito, ho mangiato bene. Simpatici gli italiani. Blob invece assicura un vaccino giornaliero molto efficace. Interessante la bolletta Telecom di -8Euro. Ma questi sono dettagli curiosi, veniamo alle cose importanti.

Ho trovato 3 forme di organizzazione del lavoro: in Coma, in Letargo e con l'Alzheimer. Queste le osservazioni di massima:

1) L'organizzazione in Letargo: il Comune di Roma (qui si può anche dire). Mi reco per salutare tutti gli ormai ex colleghi di lavoro in un Dipartimento retto da un dirigente "politico". Giustamente licenziato (siamo democratici), si verifica il fenomeno duplice dello spoil system dell'intera forza lavoro sommata alle vacanze (forzate? benedette? salutate con malcelata sfacciataggine?) di tutta la forza lavoro. Un Dipartimento che vantava decine di collaboratori giunge ad avere all'attivo una manciata di presenti al mattino, e nessuno nel pomeriggio di un venerdì. Il Dirigente pro-tempore non fa niente, non può fare niente, e la forza lavoro fa lo stesso, con la variante che chi deve/vuole fare qualcosa non la può fare se non con gravi difficoltà; rarissimo il caso di chi continua a lavorare fattivamente perché il Campidiglio evidentemente si rende conto che anche un progetto europeo serve a qualcosa per davvero (e di questo possiamo andarne orgogliosi). Il risultato è che faccio molta fatica a salutare qualcuno, ad esempio incontro il mio capo sul marciapiede per puro caso. Succede, pare sia ciclico, ed è curioso.

2) L'organizzazione in Coma (vige la privacy). L'organizzazione in Coma è caratterizzata dal fatto che tira a campare senza avere funzioni vitali che non siano vegetative. Praticamente la forza lavoro è ridotta al minimo, e meglio se è amministrativa (le funzioni vitali...). Le risorse sono di derivazione pubblica (diretta o indiretta) e dal flusso di queste risorse dipende il rossore delle guance del comatoso, non certo i movimenti del corpo. I muscoli esistono perché qualcuno muove artificialmente il malato, ma di fatto l'organizzazione non produce niente che non sia commissionato con stretto mandato, magari in modo "blindato". Deve continuare a esistere per facciata, e se facesse qualcosa potrebbe essere forse un guaio... I proventi di ciò che viene commissionato serviranno al 90% e più per pagare la bolletta del polmone artificiale, forse un 5% andrà all'infermiere che muoverà le gambe del malato, ma verrà pagato comodamente a più di 500 giorni ("prima paghiamo le tasse..."). Lo stato comatoso è interessante perché talvolta capita di vedere la visita parenti, ovvero la visita delle organizzazioni vicine che faranno degli incontri di qualche tipo, generalmente sul "va tutto bene, continuamo così, fosse mai che diventiamo innovativi", ma in generale l'organizzazione in coma è quasi deserta, a tratti completamente vuota anche in orari d'ufficio. Questa forma di organizzazione è più diffusa di quanto si pensi. Pare che sia il morbo peggiore.

3) L'organizzazione con l'Alzheimer. Questo è il caso di un ente piuttosto vecchio, tendenzialmente elefantiaco, ma molto produttivo. E' affetto da Alzheimer perché si dimentica di quello che fa, si confonde i dati, prende strade perfette e strade palesemente sbagliate. Riesce incredibilmente a non sapere ciò che fa nel presente, ma conosce e si ricorda un passato glorioso (?). L'Alzheimer colpisce laddove non te lo aspetti: mandi un file corretto e pulito, chiami dicendo che lo hai mandato e tutto tace. Richiami per sapere come va, rifissi un appuntamento e dopo un'ora di riunione ti accorgi che si è lavorato sul file precedente che curiosamente ha quasi 365 giorni di vita... Il presente è un eterno ritorno; i fatti sono un optional. E' tutto bello e cordiale, tutto sano, ci vuole solo un po' di pazienza... anche perché i ritrovati più recenti della tecnologia e della metodologia (diciamo degli ultimi 10 anni circa) potrebbero essere del tutto sconosciuti se si capita nella stanza sbalgiata. Dipende dalla zona celebrale, se è affetta oppure no dal morbo. Questo morbo coglie un può qua e un po' là, tocca a tutte le organizzazioni, ma in alcuni casi si assiste a degli scivoloni curiosi.

Giulio Marini
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categoria:precariato, knowledge workers, una vita da precario
domenica, 20 luglio 2008
Titolo completo:
Il Dilemma del Razzismo e della Rappresentanza Politica. Riflessioni a malincuore di un non più giovane sociologo alla ricerca del perché la fine del mondo tardi ad arrivare ché è quasi mezzegiorno di domenica. Scritto e pensato con l'appoggio "esterno"* di un elettore di Zapatero che ne fa da muso ispiratore in quel del barrio di Tribunal, Madrid. Originariamente concepito in Castillano, tradotto in Italiano para vosotros. *si spiegherà in un'altra puntata che si intende con esterno.

Questo è un dilemma che potremmo presentare a un ragazzino, o a un marziano, comunque a qualcuno che non conosce il contesto italiano, e magari nemmeno quello della razza umana, e soprattutto le sue (presunte) sotto-razze.

Come tutti i problemini matematici ha le sue premesse che dovrebbero portare alla soluzione attraverso deduzioni incontrovertibili, eppure forse mi manca qualcosa, dei dati che ancora non ho rilevato... Ma così bisognerebbe insegnare la sociologia e le scienze sociali, perché la soluzione c'è, ma non me la scrivo.



Ecco il dialogo Socratico in cui mi sono imbellemente imbattuto in una notte madrilena, nel cuore della (presunta) classe creativa. Un dialogo mio malgrado, una variante delle tante, ma questa è più "idealtipica":

Chico Spagnolo Mileurista di Sinistra: "Ah, sei italiano e sai fare anche il sugo, bravo [...] Però avete la mafia"

Io: "Sì, ognuno ha i suoi problemi. Certo se non avessimo avuto la dominazione spagnola al sud sarebbe stato meglio [meglio mettere i puntini sulle i, per la iesima volta]. Comunque dovreste imparare la differenza fra Mafia, Camorra, ... leggiti Saviano... [parte Rieducational Channel]"

Chico Spagnolo Mileurista di Sinistra: "Noi abbiamo l'ETA, ma non è la stessa cosa [non è così grave]. Non abbiamo mai avuto il crimine organizzato"

Io: "Sì, infatti a La Coruna lo smistamento delle droghe avviene per magia, senza un'organizzazione vera e propria. Per puro caso c'è una generazione uccisa dall'eroina proprio lì, e altri record sparsi per la Spagna"

Incredibilmente, senza apparente spiegazione, l'argomento slitta sulle variabili esplicative, con tavole di regressioni alla mano, tratte da dei paper in via di pubblicazione su riviste internazionali con referee.

Chico Spagnolo Mileurista di Sinistra: "Beh, sì, hai ragione, è che ci sono i Gitani che organizzano tutto, sono loro..."

Io: "Ma come, non stanno in Andalucia?! [cerco disperatamente di dissimulare, di evitare l'inevitabile]"

Chico Spagnolo Mileurista di Sinistra: "No, no... sono dappertutto, sono come gli Ebrei, sono dappertutto [con rassegnazione]... Non è che ce l'ho con gli Ebrei [excusatio non petita, accusatio manifestat, o c'è la deroga preventiva?], ma i Gitani sono i peggiori di tutti [allora se sono i peggiori, gli Ebrei si classificano al secondo posto?!], sono la nostra rovina".

Io a quel punto desisto e mi inchino alla forza della Ragione e delle prove Empiriche.



Date queste premesse, spiegare perché in Italia ci sono Berlusconi e i campi nomadi e in Spagna ci sono più Gitani che da noi e Zapatero.

Giulio Marini

p.s. questo pomeriggio ho organizzato Italia-Espana a Futbol SALA (sì, il calcetto a 5 è dedicato a saperelavoro), campetto bellissimo, modernissimo, centralissimo a 1,50€ cadauno, questo è  un indicatore di civiltà! Ma quanto durerà con la crisi economica?!
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categoria:sociologia, incontri, dilemmi, razzismo, soluzioni creative, cronache spagnole
mercoledì, 16 luglio 2008
DA REPUBBLICA ON-LINE, 15 LUGLIO 2008


ROMA - Leader nel mondo nel design ma diciassettesimi in Europa per investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Al primo posto nel mondo per il patrimonio artistico e culturale ma i nostri musei e gallerie scivolano nella classifica di quelli più visitati. C'era una volta il made in Italy, dell'abito e del museo, delle canzonette e delle mostre, motore e volano dell'Italia che inventa e s'arrangia, crea e produce. "C'era una volta", perché adesso "il fatto in Italia" c'è ancora ma arranca, non è Sistema e produce culturalmente ed economicamente molto meno di quello che potrebbe.

creativitaFotografia di uno spreco. L'ennesimo, nell'Italia delle caste e delle derive. Spreco di occasioni e di talenti. E di punti percentuali di prodotto interno lordo. Ecco che allora l'Italia è leader al mondo nella produzione del design - grazie alla materia prima che si chiama gusto - e seconda dopo la Cina per esportazione di "prodotti creativi", categoria vasta che comprende dall'artigianato agli audiovisivi, dalle pubblicazioni cartacee ai nuovi media. Eppure gli investimenti su creatività e produzione culturale e sostegno ai giovani talenti sono i più scarsi in Eeuropei. Progresso e declino, insieme. Voglia di cultura e incapacità non di produrla ma di offrirla. E' il quadro contraddittorio che viene fuori dal V Rapporto annuale di Federculture, specie di Confindustria che mette insieme tutti i soggetti pubblici e privati che organizzano e gestiscono cultura, turismo, sport e tempo libero. "Creativi per caso" sintetizza Federculture nel rapporto di 230 pagine presentato al ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, uno studio che fa lo sforzo inedito di mettere insieme e analizzare tutte le voci che hanno a che fare con turismo, cultura e tempo libero. Ma essere creativi oggi non basta più se il talento non è parte di un sistema coordinato e non casuale di creatività.


Una nuova politica per la cultura. Il messaggio politico del rapporto è chiaro: "L'Italia sconta una visione della cultura ancora identificata quasi esclusivamente con la conservazione del patrimonio artistico, o piuttosto legata al tempo libero, quasi sempre considerata una spesa più che un investimento". Soprattutto una visione che "non comprende la reale portata della creatività come forza trainante dell'economia grazie ai suoi effetti di contaminazione nel tessuto produttivo in termini di innovazione, valore aggiunto e competitività". La scommessa per l'Italia oggi non è tanto, o solo, gestire un museo bensì immaginarne la gestione nell'insieme del territorio dove si trova quel museo. Il museo da solo non basta più.

Il rapporto cita la classifica del Giornale dell'arte (maggio 2008): nel 2007 il più visitato è stato il Louvre seguito dal Centre Pompidou, dal British e dalla Tate Modern gallery. Il primo museo italiano è al settimo posto (Musei Vaticani) seguito dagli Uffizi (21 esima posizione). Nelle classifica delle mostre più visitate nel 2007 (ai primi tre posti c'è Tokio) per trovarne una italiana bisogna arrivare alla 86 esima posizione (Brescia, "Turner e gli impressionisti"), al 104 esimo posto ci sono le Scuderie del Quirinale ("Cina, la nascita dell'Impero"), il Vittoriano ("Chagall") e i Musei capitolini. Eppure l'Italia è al primo posto al mondo per il patrimonio artistico e culturale e al secondo per quello storico. C'è qualcosa che non torna tra capitale a disposizione e capacità di investimento.

La lezione che viene dall'Europa. Tanto per fare un esempio di cosa voglia dire arte come investimento e come forza trainante dell'economia, l'Inghilterra stanzia oltre 10 milioni di sterline per il piano strategico Creative brain, New talents for the new economy che punta sulla formazione dando vita a 5000 nuove occasioni di apprendistato per i giovani creativi e alla costituzione di decine di hub accademici per le industrie creative per collegare scuole, college e università su tutto il territorio britannico. Progetti analoghi che mettono insieme creatività, cultura ed economia sono in Olanda, in Germania, nei paesi scandinavi e poi in Spagna, Lettonia, Austria e Svizzera. L'Italia, si legge nel Rapporto, "fatica ad adeguare le strategie di rilancio alle strategie imposte dalla competizione della società globale nell'economia della conoscenza".

Eppure, c'è tanta voglia di cultura. Crisi, inflazione, prezzi alle stelle... eppure le famiglie italiane nel 2007 hanno speso alla voce cultura 61,5 miliardi di euro (+2,3% rispetto al 2006), il 6,83 per cento del bilancio famigliare, molto al di sotto della media dell'Europa allargata ai 27 (9,4%) o del Regno Unito ( 12,5%). Va meglio il teatro (+7,6 per cento nell'ultimo anno; +23% negli ultimi dieci anni) e i concerti (+17,3%). Più in generale godono di ottima salute gli spettacoli dal vivo per cui aumentano il pubblico (+10,1%) e le spese (+11,2%). I prezzi di concerti, musei e teatri crescono ma "solo" del 3,3%, le metà rispetto alle manifestazioni sportive (+6,5%), un soffio rispetto a pane, pasta, carburanti, energia cresciuti tra l'11 e il venti per cento.

Anche nella spesa culturale ci sono due Italie, il nord che chiede e consuma, il sud passivo e distratto. Eppure Sicilia e Campania sono le regioni che nel 2007 hanno speso di più nel settore culturale, 432 e 161 milioni di euro contro i 113 del Trentino Alto Adige, i 90 del Piemonte e gli 85 della Lombardia. Ancora una contraddizione: le regioni che più spendono in cultura sono quelle dove c'è meno consumo. Più che legittima qualche domanda.

Signori, non c'è più un centesimo. La scure di Tremonti andrà giù senza pietà davanti al bilancio del ministero dei Beni culturali. Da sempre fanalino di coda delle varie amministrazioni dello stato (nel 2007 i finanziamenti erano cresciuti dello 0,10 per cento arrivando a 1,98 miliardi mentre per gli altri ministeri la crescita era stata del 6,9%), la manovra triennale di Tremonti toglierà ai Beni culturali 900 milioni di euro in tre anni. Altri 150 se ne sono andati da voci legate allo spettacolo e alla tutela del paesaggio per finanziare il taglio dell'Ici. Gli enti locali dedicano alla cultura tra lo 0,9 delle Regioni al 3,3 dei Comuni.

Tutto questo per dire che i soldi dal pubblico non arrivano più e vanno trovati in altro modo. Ma il privato investe in cultura se è strategico, se dà un ritorno almeno in immagine. Se nel resto del mondo i privati fanno a gara per donare, sponsorizzare e finanziare anche una pachina in un parco - agevolati dal sistema fiscale - in Italia la cultura resta il settore dove i privati investono meno: il 15 per cento contro il 63% dello sport e il 22 per cento della solidarietà. Via via che si chiude il rubinetto pubblico, si apre però quello privato. E negli ultimi due anni, grazie soprattutto ad alcuni strumenti fiscali (oltre alle sponsorizzazioni, dal 2003 sono possibili le erogazioni liberali deducibili dall'imponibile), la media dei finanziamenti privati è cresciuta del 5%. La lista dei benefattori è guidata delle banche (3 miliardi di euro in sei anni). Crescono le erogazioni liberali delle imprese (33 milioni di euro) e quasi raddoppiano quelle delle persone fisiche, cittadini che decidono di investire in cultura (20 milioni di euro, +70 per cento rispetto al 2006).

Competitività? La Caporetto italiana. Quella che segue è una lista nera da cui partire per cominciare a ragionare su cosa significhi essere competittivi. L'Italia è al 15° posto in Europa per produttività di ogni ora lavorata; al 17° per quota di pil destinata a investimenti in ricerca e sviluppo e al 24° per quella destinata alla formazione delle risorse umane. La nostra migliore università pubblica è al 173° posto nella classifica degli atenei. Secondo il World economic forum l'Italia è al 46° posto nella classifica della competitività, seimila cervelli ogni anno lasciano il paese e vanno all'estero e i professori sotto i 40 anni sono il 17 per cento del totale. Un sistema vecchio, in netta perdita. E anche il nostro "fascino", la capacità di attrattiva del paese nel suo insieme, scivola al quinto posto nel mondo dopo Australia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia. C'era una volta... l'Italia.

LEGGI IL RAPPORTO COMPLETO


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Francesco Antonelli
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categoria:classe creativa
lunedì, 14 luglio 2008
                                          IPSE DIXIT

The Mafia Boss"STAI ATTENTO A QUELLO CHE FAI!! FACCIO PARTE DI UN'ORGANIZZAZIONE POTENTISSIMA CHE CONTROLLA TUTTO"

ED IO ORA DICO: "Sarà una risata che vi seppellirà"


Francesco Antonelli
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categoria:aforismi
venerdì, 11 luglio 2008

La cronaca è in realtà anglo-iberica (iberica perché coinvolge anche un portoghese), o meglio internazionale. Però mi piace l'idea di portare avanti le crocache spagnole... Non so se se ne parla in Italia, qui la questione è di quelle epiche: il mercato dei giocatori del Real Madrid e del Barça. Esiste qualcosa di più prioritario nei media globali?! No, almeno nella pagine sportive.

Ritorno sul tema sportivo perché lo trovo ancora ampiamente sottovalutato dai sociologi, e soprattutto da chi si occupa di mercato del lavoro, perché le carriere dei knowledge worker hanno dei punti di tangenza interessanti, delle analogie incredibili.

In questo caso i protagonisti sono Joseph Blatter, da tempi immemori capo del più diffuso sport al mondo (ma sono cariche come quelle del Re Sole? Non scadono mai?);  Cristiano Ronaldo, astro strapagato che ha fatto una figuraccia all'europeo spagnolo e tizio uso a organizzare orgie a Roma con molte sgualdrine e un suo compagno di squadra (fonte: Alessandro Serini durante una tartulia sobre la decadenza dei costumi. Alessandro ha anche avanzato l'ipotesi nulla che Cristiano Ronaldo abbia 3 piselli); e una simpatica ricercatrice cinese che regala un raggio di critica (pura o impura, visti i tempi ci accontentiamo).

Sostanzialmente Blutter (che ricordiamo essere un anti-italiano, non si è mai capito perché non consegnò la coppa del mondo nel 2006 ai nostri) paragona i calciatori moderni a degli schiavi perché non possono cambiare squadra tutte le volte che vogliono per innalzarsi contratti e sponsor. c'è bisogno di scrivere di più? E' una vergogna paragonare dei baciati dalla sorte che hanno il solo merito di tenere incollate le masse sugli schermi incentivando un indotto di business incredibile. Come dire: che il business percorra pure le strade dell'ipocrisia e della retorica analoga a quella del baffo senza volto: "Lo facciamo per i bambini Rom"

La terza incomoda è invece una sindacalista che vedo grazie a un link posto da Patrizio Di Nicola, che almeno riporta un minimo di decenza non dico nel lavoro dei cinesi (pare non esserci speranza nel breve plazo nel vederlo diventare decent nell'accezione dell'ILO), ma almeno nell'utilizzo dei vocabili. I giocni olimpici si avvicinano. Anche qui, il commento è superfluo. 




Arrivo a concludere che non si può ritenere, come già in realtà affermavo in un convegno nazionale del 2005,[1] che la sola professione identifichi la classe creativa, soprattutto se "creativo" è proxy di tutto ciò che bene, come era la parola "democratico" negli anni '70. Non è possibile che tutti i poeti siano creativi e tutti gli impiegati degli alienati. Ad esempio un poeta può essere noiosissimo e ripercorrere stile tutto fuorché innovativi, o un attore può essere un fallito (braccia rubate al primario o all'industria, come si suol dire); un impiegato può inventare (in modo più o meno collettivo; in modo più o meno codificato) nuovi prodotti e/o processi lavorativi.
Non è nemmeno possibile ritenere che tutti siano nelle stesse condizioni. In Italia i lavoratori dello spettacolo e dello sport sono racchiusi previdenzialmente nell'Enpals (Al servizio di chi crea emozioni, il pay off mi piace molto), un simpatico ente (di quelli che i liberali veri dovrebbero chiudere...) con sede vicino alla Facoltà di Sociologia e Scienze della Comunicazione di Roma Sapienza. Conobbi anni fa qualche alto funzionario di questo ente e mi resi conto che la media, o meglio la mediana, di questi contribuenti è molto bassa. Altro che classe creativa? Degli squattrinati con problemi di costruzione della propria pensione e con carriere frammentate, come quelle di chi sta nella Gestione Separata Inps. Conoscere meglio questi fenomeni sarebbe fare un grosso passo in avanti nella compresione del Lavoro nel 21° secolo e il relativo ruolo del Sapere.

Giulio Marini

[1] Ci tengo molto a sottolineare che il convegno fu organizzato da degli studenti undergraduate sulla scorta di un'esperienza di didattica attiva (bajo la mi tutoria), che con stucchevole autoreferenzialità linko qui
giovedì, 10 luglio 2008
Car* amic* e compagn*
più vado avanti, più mi riecheggiano nelle orecchie e nel cuore, le parole con cui Kant termina LA CRITICA DELLA RAGION PRATICA

kantDUE COSE RIEMPONO L'ANIMO MIO DI AMMIRAZIONE SEMPRE CRESCENTE: IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME, LA LEGGE MORALE DENTRO DI ME



La legge morale dentro di me la sento; è il cielo stellato sopra di me che fatico a trovare....


Francesco Antonelli
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categoria:aforismi, riflessioni introspettive
martedì, 08 luglio 2008
Dopo un periodo di riflessione di elaborazione del lutto di Spagna-Italia, ritornano le cronache spagnole, anche perché tornato in Italia ho avuto prove del fatto che a qualcuno piacciono. Tali cronache rimangono dominate nel sottofondo dalla figura di Silvio, il quale viene ignominosamente (sì, lo stesso avverbio del poeta fiorentino mio concittadino...) deriso dai media spagnoli per dichiarazioni e intercettazioni telefoniche relative a presunte trattative per comprare voti per far cadere il Governo Prodi (ma non ci riuscirà mai, Prodi andrà avanti per 5 anni!!!). Le cronache spagnole potrebbero ripartire da una lettera di una mia coetanea fiorentina che scrive in spagnolo in un giornale che l'Italia sarebbe già fuori dall'Europa... Ma si possono scrivere bischerate del genere?! Certo un giornale straniero ha buon gioco a pubblicarle...

Eppure è necessario fare i conti con la disfatta che si articola in più 3 punti



La clase deportiva espanola. Mai come in questo periodo storico la Spagna ha avuto tanti campioni in tutti gli sport, soprattutto in quelli tradizionalmente non-spagnoli. Oltre al ciclismo o le moto, in cui vincono ma hanno sempre vinto qualcosa, vi sono degli "idoli locali" che sarebbe inopportuno sottovalutare da un punto di vista sociologico ed economico. Ad esempio Fernando Alonso attualmente probabilmente è il miglior pilota di Formula1, anche se ha una vettura un po' scarsa. Notizia di ieri il trionfo di Rafael Nadal a Wimbledon contro il mostro sacro Federer (già il nome suona come il Lord nero di guerre stellari), una partita storica e un trionfo che fa da apripista al n°2 per diventare per lungo tempo il n°1 del tennis mondiale. E poi vi è il mio preferito, Paul Gasol, uno dei tanti giocatori di baloncesto di una generazione di campioni che di fatto sono campioni del mondo in carica, meglio degli americani della NBA (indice del declino sociale di un popolo). In questi sport è successo che la gente si appassiona a sport che mai prima prendeva in considerazione (ad esmepio i primi anni di Alonso erano caratterizzati a cronisti molto poco preparati... niente a che vedere con quelli italiani che sono dei professionisti superlativi o a quelli inglesi che sono di parte) perché è sempre bello vedere vincere qualcuno. Appassionarsi a uno sport porta soldi in termini di pubblicità, maggiore visibilità all'estero e maggiori possibilità di penetrazione delle aziende sponsorizzanti. Porta anche maggiore umore positivo e senso di appartenenza, anche orgoglio: a qualcosa serviranno... Per poter generare tutto ciò è necessario avere una classe di sportivi, soprattutto nelle giovanili, che faccia da trampolino ai (pochi di fatto) supercampioni. Senza un movimento alla base robusto, mai si avrà una generazione di campioni in uno sport (soprattutto se di squadra come il basket). Al limite solo pochi sporadici presto dimenticati. Ci vuole organizzazione, classe media che porta giovani sani (né affamati, né obesi) e motivati (il mito del vincere e del prevalere) e forse anche con dei genitori un po' invasati. Ad esempio l'Italia andava bene in sport come il tennis quando era ancora d'élite, aristocratico: lo sport è un fenomeno di massa, sia per chi vi lavora o lavora per diventare lavoratore ad alti livelli nello sport, sia per il pubblico, per il quale nessuno viene escluso perché tutti noi quantomeno ci sorbiamo della pubblicità in qualche sport.
E' ovviamente un circolo virtuoso: in America la seconda lingua è lo spagnolo e Gazol pubblicizza una carta di credito in spagnolo... insomma, credere che tutto ciò sia emozionale e non serio è molto poco serio.
Una nota di colore: in tanti mi rinfacciano che la Spagna è campione anche di palla-a-mano (si scrive così?!), mentre l'Italia in questo non esiste. E' come assistere a un fratello più piccolo che si inerpica per dimostrarti che è più grande.



los penaltis (li chiamano così...). Si dice sempre che è fortuna o sfortuna (soprattutto sfortuna). Perdere ai rigori non farebbe brutto un CV di un allenatore... Qua si dice suerte, che è la stessa cosa. Ma adesso che abbiamo perso posso dire quello che penso: la sorte nei calci di rigore non c'entra nulla. Vince sempre chi deve vincere, il più forte. Il più forte psicologicamente, il più sereno, ecc. Si dice che non vince mai il più forte perché si tende a far coincidere la squadra più talentuosa o quella che ha giocato meglio, o quella che era in vantaggio con la più forte. Ma che definizione operativa sciocca! E' ovvio che ai calci di rigore i valori cambiano segno e chi poteva vincere e non lo ha fatto si trova in fortissima difficoltà psicologica, e così via. I casi si sprecherebbero:
Italia-Olanda nel 2000: l'Italia aveva tutto da guadagnare (in 10) e l'Olanda aveva già sbagliato due rigori
Finale Champions-League 2008: rigore della vottoria sbagliato da una squadra, vittoria dell'altra.
Italia-Francia 2006: Zizu e la sua vergogna, l'Italia recuperò uno svantaggio iniziale
Fiorentina in semifinale di Uefa 2008: Bobo Vieri fa il ganzo e invece fa la figura del bischero
Italia-Spagna: Di Natale si presenta al dischetto con le gambe che tremano e col volto di un ragazzino (ma ha 30 anni suonati?); gli spagnoli ci credono; i due portieri hanno due approcci mentali differenti, e si vedono i risultati.
Potrei porre la questione su altri sport (prenderei soprattutto il basket, ovviamente) e generalizzare una teoria di medio raggio, ma lo farò un'altra volta.
Ai rigori non c'è da pregare un Santo, c'è da pianificare bene chi li tira. Mentre di soliti gli allenatori parlano fra di loro alla ricerca della cabala. E solo da poco i giocatori hanno imparato il rituale di stare abbracciati in senso di scaramanzia (sempre meglio di sentirsi dire "abbiamo fatto bene"; "sono una squadra forte", e altre falsità poi soverchiata dalla Gialappa's band).
Perché non mi assumono che glielo insegno io come si fa?



Luis Aragones: "mister, no se vaya". E' diventato il mio idolo insieme a Mariano Rajoy, il segretario (uscente?) del Partido Popolare. I due sono stati i più massacrati mediaticamente in Spagna nella scorsa primavera. Luis Aragones ha lasciato a casa l'idolo Raul, capitano naturale della selezione spagnola. Solo un po' di senso umoristico faceva vedere in una pubblicità di un operatore telefonico i cartoni animati di Aragnes e Raul di spalla che sono si parlavano ma che grazie a una tariffa magica arrivavano a prendersi per mano e coccolari in un tramonto. Aragones ha addirittura fatto degli spettacoli in prima serata in cui rispondeva al pubblico seduto ad anfiteatro sulle sue scelte: vi immaginate un allenatore italiano che deve rispondere della formazione a un pubblico (finto genuino) sul perché farà giocare tizio e non caio?! Aragones ha cambiato lo stile di gioco, non più lo scimmiottamento dello stile altrui, ma il proprio; non più una selezione che rifletteva fratture generazionali e di tradizioni within la Spagna (catalunia contro madrid, ecc.), ma un gruppo compatto. Aragones è l'ennesima lezione che il tutto può essere superiore alla somma delle parti, e che come disse una volta Ettore Messina "un buon salcome dentro una minestra non fa il piatto migliore". Ciò si traduce nell'asserto: un giocatore (ritenuto!) migliore rovinerà gli equilibri di una buona squadra. Aragones ha allenato una squadra sapendo che sarebbe stato cacciato via e avrebbe allenato una squadra turca. Tutti lo chiamavano l' "abuelo" (il nonno) quando faceva qualcosa di buono, a mo' di canzonatura. I complessi spagnoli sul calcio poi erano pesanti e la stessa Italia veniva presentata (ma poi mi hanno detto che è tradizione) con la colonna sonora di Lord Vader. Come a dire: arriva l'armata invincibile, che fa paura, gioca male ma ti batte sempre, ma soprattutto impersonifica la figura paterna.
E solo dopo un trionfio atteso con sensi di inferiorità e complessi per decenni qualcuno ha avuto la faccia tosta di piangere come un coccodrillo: mister non se ne vada.

Giulio Marini
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categoria:movimenti sociali, classe creativa, prosumer, cronache spagnole, penaltis
mercoledì, 02 luglio 2008
Chi mi conosce bene sa quanto faccio fatica a celare la mia passione per la social network analysis, sorta in giovane età per lo studio dei sociogrammi in applicazioni di educational research e poi sviluppatasi con mediocri risultati.

Da un punto di vista teorico le basi sono quelle che già mettevano in difficoltà gli intelluettuali del secolo XIX allorquando dovendo spartire in squadre e righello i continenti come l'Africa, si trovavano poi a dover colorare i paesi nuovi di zecca cercando di utilizzarne solo quattro. La stessa algebra lineare e quindi le matrici nasce qui, nell'intento di razionalizzare il tumultuoso sviluppo dell'industria.

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[una dimostrazione che per spartirsi il mondo bastano 4 pennarelli, o quattro carriarmati di colore diverso]

Il mio studio solitario e autodidatta ha i suoi fortissimi limiti in statistica e algebra matriciale, però due cose le capisco (e per il resto rimando a un altro post in Sa-La fra i molti):

1) le applicazioni (in senso informatico) sugli egonetwork digitali hanno spopolato e io ho il rimpianto di non essere stato dentro il settore, avrei imparato moltissimo

2) si annaspa ancora, ancora poco ci si capisce per davvero, per il semplice fatto che tutto ciò che è lato tecnologico-informatico ispira fiducia e magnifiche sorti e progressive (ma non lo studiano l'empirismo logico?), tutto ciò che sarebbe lato sociologico viene lasciato - mi sembra - al buon senso.

Chi si occupa di queste applicazioni in senso imprenditoriale forse fa anche bene così, però la mia sensazione è che si usino i dati che si hanno pensando a cosa ci si può fare, senza pensare molto, o a sufficienza, a cosa si dovrebbe ottenere per fornire ciò che in relatà si vuole (o il mercato richiederebbe).

Inoltre la scissione fra mondo virtuale e real life, ormai desueta e consunta, mette in evidenza dei fattori interessanti che solo il digital divide inquina in modo preoccupante. Digital divide che nel lungo periodo non esisterà più; nello stesso lungo periodo tuttavia queste applicazioni saranno un ricordo che faranno tenerezza, e vi sarà altro che creerà dei divari...

Questi fattori interessanti sono che i grafi possono essere di diversi tipi:
- fra persone che si conoscono tutte
- fra persone di "mondi" diversi

- alcune persone possono avere l'ossessione che i mondi diversi si conoscano (una minoranza)
- altre persone possono rendersi del tutto trasparenti al mondo del secondo grado di connessione (gli amici degli amici) (altra minoranza)
- il grosso si limita a mettere insieme uno o più mondi con effetti di weak ties modesti

gm's graph
[il mio grafo su facebook]

- i tuoi amici possono comparire come legati a te da altri amici anche se il tuo legame col primo è diretto e più forte di quello che avresti con la figura "ponte"
- non vi è nessuna indicazione sulla "forza" del legame, cosa che rende poco utile il network (la persona con cui sei in contatto è un amico fraterno, o una persone che nemmeno ricordi chi sia?!)
- gli amici effettivi e quelli rappresentati da una rete di un software non coincidono mai perfettamente, rendendo le applicazioni mal viste a chi non si entusiasma a priori con queste cose. Questa frattura è la principale miseria di questi software
- mi è capitato di dover fare da ponte a persone che mi conoscono eppure mai mi chiederebbero di fare una cosa per loro (avrebbero cellulare e email...), cosa che poi ho fatto per fare un favore all'altra persona da contattare. Più che innovazione tecnologica e potenza delle reti, qui siamo di fronte ai noti meccanismi comunitari di cui ogni nostra nonna sarebbe maestra. La social psychology del secolo scorso è più che sufficiente per comprendere il fenomeno
- la praivasi (nota per iscritto come privacy) viene allegramente aggirata (evviva!), ma allo stesso tempo molti software funzionano (anche loro malgrado) per mettere in contatto persone che già si conoscono, facendo strisciare un principio interessante secondo il quale "se ti conosco ti rivolto la parola, se non ti conosco (abbastanza) non esisti e non ci conosceremo. Questo principio è quello secondo il quale ci deve essere un'ccasione socialmente condivisa per fare in modo che un'interazione significativa possa instaurarsi. Conoscersi perché è facile conoscersi non va bene (ci sarà una costante universale per rendere stabile il numero di relazioni sociali e quindi per alzare la soglia dei requsiti per conoscersi? Questo manderebbe in soffitta il sopravvalutato teorema dei sei gradi di connessione)
- as a matter of fact, con questi software si cercano conoscenti, amici che non si sentono da molto tempo, gruppi di persone presso le quali il determinato software si è propagato come medium privilegiato

... che la rete sia sempre almeno ben colorata e disegnata

Giulio Marini

esiste un mondo a parte che è quello dei legami "sentimentali", probabilmente il più ricco visto che girano spot in televisione, ma di questo non ho mai capito molto e meriterebbe una ricerca a parte.
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categoria:media, privacy, caos, sapere, digital divide, social network analysis
giovedì, 26 giugno 2008
Organizzare l'informazione del mondo e renderla universalmente accessibile è la mission di Google, a partire dalla sua fondazione. Ne parla Googlecrazia, libello pubblicato per Leconte dall'Erik Gunnar Trjo, collettivo che già si era dedicato a dissacrare un altro mito dei nostri tempi con Soffro d'Ikea.

Il manifesto ha pubblicato ieri una mia recensione di Googlecrazia, che riproduco qui di seguito per intero.

GOOGLE
Un motore di ricerca per trovare il link del più forte

Robert Castrucci

GOOGLECRAZIA DI ERIK GUNNAR TRJO, LECONTE, PP. 173, EURO 12,50

Un miliardo di persone si connette quotidianamente a Internet per cercare informazioni, ascoltare musica, guardare filmati, dialogare con amici e sconosciuti, aggregandosi in numerose e mutevoli comunità virtuali. E producono a loro volta nuove informazioni, modificano gli audiovisivi e assemblano musica, testi e immagini in maniera innovativa.
Mai come oggi è stata disponiblie una tale quantità di informazioni e risorse cognitive. Mai come oggi tali risorse sono state prodotte, modificate e incessantemente manipolate da così tante persone. «Organizzare l'informazione del mondo e renderla universalmente accessibile» è invece la mission di Google, motore di ricerca sviluppato da Sergey Brin e Larry Page nel 1996 a partire da un algoritmo di ricerca - Pagerank - in grado di pesare le informazioni in base a un criterio di «importanza» associato al sito o alla singola pagina web che le contiene». La storia di Page e Brin è simile ad altre in quello che costituisce uno dei miti fondativi della cultura di Internet. Due giovani dottorandi in informatica dell'università di Stanford hanno una buona idea - pagerank, appunto -, trovano un investitore - la Sequoia Capital -, assumono un amministratore delegato - Erik Schmidt -, rivoluzionano il modo in cui decine di milioni di persone accedono alle informazioni e, rivendendo agli investitori pubblicitari la possibilità di posizionarsi nel punto più efficace dove si incorciano i profili degli utenti, fanno una barca di soldi.
Il criterio con cui Pagerank classifica i siti web è dato dalla misurazione dell'influenza di cui il singolo sito gode nel cyberspazio, espressa in termini di link, o citazioni, che la pagina riceve da altre pagine web. Il software di ricerca e classificazione riproduce quindi a livello matematico la fitta trama di relazioni in rete, ponendo così le basi per determinare il «valore» di ciascuna di esse.
Un problema messo in luce dal Trjo è questo: «Un'azienda che si occupa soprattutto di informazione ed è capace di monopolizzare il web, divenendone punto di riferimento, avendo come obiettivo l'accumulo costante di capitale potrebbe facilmente incappare in qualche piccola distrazione». Oltre a porsi la domanda su quali siano i meccanismi di selezione dell'informazione, il libro cita diverse occasioni in cui il guadagno è stato preferito al diritto degli utenti di essere informati. Alcuni - come il governatore della Sardegna Renato Soru - ritengono che Google fornisca «risultati non in base a chi risponde meglio alle statistiche dell'algoritmo, ma a chi paga di più». Vi è poi la questione della censura, ottenibile rimuovendo i link a un determiato sito. È noto come Google abbia ceduto alle pressioni del governo cinese, collaborando attivamente alla sua diffusa pratica censoria. Meno noti sono i diversi casi in cui, anche nelle democrazie liberali, sono stati rimossi link a siti «sgraditi». Sono solo alcuni degli esempi di problemi che nascono da un monopolio dell'accesso alle informazioni. Googlecrazia ne pone molti altri, avanzando contestualmente delle possibili contromisure (maggior consapevolezza nell'uso degli strumenti digitali, diversificazione dei percorsi di ricerca, alfabetizzazione informatica). Rimane invece da approfondire la dinamica dei processi di espropriazione e di sussunzione reale dei lavoratori della conoscenza. Una contraddizione che si apre nel rapporto tra il diffuso lavoro creativo di milioni di produttori di conoscenza in rete e il profitto che un ristretto numero di soggetti ottiene organizzando e rendendo accessibili i frutti di questo lavoro.

*****

Purtroppo, per motivi di spazio, sono stati tagliati alcuni passaggi, pur senza alterare il senso e lo spirito delle riflessioni proposte.
In ogni modo, qui di seguito allego il pdf dell'articolo proposto nella sua interezza.

Googlecrazia_recensione_RC
Google: il potere e l’influenza nell’epoca della riproducibilità tecnica delle relazioni sociali
postato da: sa_la alle ore 12:26 | Permalink | commenti (6)
categoria:recensioni, media, privacy, contributi, innovazione, knowledge workers
sabato, 21 giugno 2008

Podemos,

sì, dicono che ellos pueden. Che possono superare i quarti di finale che mai sono riusciti a superare nel giouco che loro chiamano "futbol" (eccetto gli europei del 1964, giocati in casa, ma era quasi un altro sport), cosa che equivarrebbe a essere già in finale (già, ma per il terzo o il primo posto?!).

Altro che yes, we can, o... yes, weekend come diceva qualche vip nostrano in una apparente innoqua pubblicità pre-elettorale 2008. Non è nemmeno il Si può fare, traduzione dell'originario Se po' fa' del vecchio in un tentativo precedente a quello narrato dianzi; un si può fare rinvigorito semanticamente da un politico che voleva un tempo rilanciare una quercia ormai sepolta con abbracci concertativi inediti e generosi, e tacciato di non amare i colori dell'arcobaleno, ormai anch'esso scomparso in un suolo che si andava già desertificando...

Da giorni si parla ormai solamente di questo (no, non dell'arcobaleno italiano, di cui faccio fatica a spiegare la valenza storica). Prima ancora della partita con la Francia già gufavano e al mismo tiempo cominciavano a fare i conti e a fare training autogeno sulla possibilità di farcela contro l'Italia. Interviste a raffica, anche in italiano, mi tocca sentire anche i calciatori italiani che cantano al loro ritiro, o zoff che equicova le domande in spagnolo e risponde in un italiano che non capisco nemmeno io. Rino Gattuso fa sfoggio di armi diplomatiche sublimi e giocatori che hanno militato nella liga spagnola sfoggiano invece uno spagnolo mediocre recitando ad ave maria il soliti ritornello "siete forti". Dopo la matanza della Francia cominciano anche i discorsi sugli squalificati, su chi giocherà (ah, Ambrosini e Aquilano, allora vinciamo), sulla vendetta deportiva...

(chiedo che cavolo sia, forse la rivincita del settebello di pallannuoto dei giochi olimpici del '92, no! i Quarti di finale di USA94, di cui mi tocca rivedere un presunto fallo di rigore contro l'Italia svariate volte; il futbol non merita di essere lo sport più visto al mondo...)

A poco serve ricordare che in Giappone-Korea ci derisero per aver perso scandalosamente con la Korea del Sud quando  poi la mafia orientale si scagliò anche contro la Spagna... ai Quarti di finale... In quell'occasione eravamo tutti fratelli

A poco serve sorridere ai propri companeros con i quali si fa a gara a chi sfotte di più, o al vecchio del 4 planta D, il quale ha palesemente miedo

A poco serve spiegare perché avevo una paura profetica da vecchio contro l'arancia meccanica olandese, e non più adesso

A poco mi rincuora parlare col portero del piso peruviano il quale mi dice che vincerà l'Italia (giustamente gli secca molto tifare per un Paese che forse non gli dà abbastanza, quanto vorrebbe; l'immigrazione spagnola non ha molto da insegnarci) perché "l'Italia dopo il girone, se lo supera, con qualsiasi giocatore e squadra, va sempre fino in fondo", dice il portiere (del condominio) che opportunamente sarebbe orgoglioso di essere italiano.

A poco serve dire in piscina: no, no podemos "Che?!", "Certo, non ce la possiamo fare" "Ma che sei Italiano?!" "Claro, te gusteria! E col cavolo che ad Alonso gli diamo la Ferrari, ancora un anno in purgatorio con la Renoult!"

Ma tutto ebbe inizio lì, quando un florido profeta preannunciava che la classe creativa s'ha da fare e che sarà tanto artistica, quanto sportiva. Tutto ebbe inizio con lo spostarsi dell'attenzione delle masse affette dall'atteggiamento blasé e dalla crisi della sociabilità verso i nuovi semi-déi del futbol (pagani), o i veri e autentici déi del baloncesto (Celtics 17th time NBA Champions) o dei giochi olimpici, a scapito della classe clericale, sempre più sola in chiese prese d'assalto solo dai curiosi della classe artistica, o semmai per un po' di fresco, o per il folklore di un matrimonio dai sapori d'altri tempi.

Ma il Vecchio di sussurra che tutto invece ebbe inizio a finire lì, quando il Mameli viene recitato a memoria, e a memoria equivocato. Il Vecchio l'ha detto, non dimenticate, che tutto dipende da lì:

ci stringiamo alla Corte, nella ricerca spasmodica e soprattutto frustrata di un improbabile/difficile/verificato processo di sussunzione (ma che differenza c'è fra sussunzione e cooptazione?!)

oppure

ci stringiamo a coorte, come fossimo tutti fratelli, nell'intento di superare i campanilismi, i feudi, i giochi a somma inferiore a zero, le fratture generazionali, e per dare vita a un nuovo sodalizio ?

giulio marini

p.s. Turchia Über Alles