GUERRA E NON VIOLENZA
Eserciti in marcia per imporre il bene all'umanità Articolo di Francesco Antonelli pubblicato nella pagina cultuale de "Il Manifesto" (11\02\2009)
La costruzione della sfera politica nella modernità è stata fondata su due capisaldi: l'idea che l'etica politica sia autonoma dalla morale, mentre il secondo capisaldo sostiene l'accettazione di mezzi eticamente riprovevoli purché «tecnicamente» efficaci. Questa connessione di machiavellismo e di «razionalità rispetto allo scopo», come avrebbe commentato Max Weber, ha sostenuto un approccio alla gestione delle crisi internazionali fondato sul potere militare e sulla pura diplomazia. Come mostrano, ad esempio, Zygmunt Bauman in Modernità ed olocausto oppure, lo studioso Philip Zimbardo ne L'effetto lucifero (Raffaello Cortina), questa è la matrice culturale dalla quale deriva quel «pervertimento del bene» che ha condotto agli stermini del XX e dello stesso XXI secolo: per centrare un obiettivo massimamente buono (domani), si è disposti a fare tutto il male (oggi). Le stesse missioni di peacekeeping, attive dai Balcani all'Afghanistan, in quanto fondate sui codici culturali della modernità, contengono innegabilmente lo stesso rischio di fallimento dovuto alla disgiunzione temporale tra i «problemi dell'efficienza» (tecnica) delle strategie di costruzione della pace ed il «mondo dei valori» cui si tende in futuro.
La radicale novità che apporta l'approccio non-violento alla risoluzione dei conflitti, innanzitutto le guerre civili, sta proprio nell'eliminazione di questa disgiunzione: mezzi eticamente corretti in base a codici morali, produco, nel corso del tempo, risultati tecnicamente e moralmente superiori. Tanto gli scritti di Gandhi quanto, e forse più, quelli di Aldo Capitini, sono impregnati di questa fondamentale consapevolezza. La quale annuncia il (possibile) superamento della modernità con la conseguente, positiva, de-compartimentazione della sfera morale e di quella utilitarista. L'idea, espressa dal già ricordato Capitini nel 1968, di creare un «Corpo civile di pace», una rete di azione diretta come forza di interposizione e rigenerazione di un tessuto minacciato da conflitti distruttivi, acquista qui il suo senso profondo e va dunque collocato nell'orizzonte più vasto della costruzione di una civiltà sostenibile (non solo economicamente ma anche politicamente).
Di questa ricchezza socioculturale e dell'annuncio di una nuova, possibile e più avanzata, società globale «dopo moderna», c'è però solo una traccia indiretta nel volume a cura di Alberto L'Abate e Lorenzo Porta L'Europa e i conflitti armati. Prevenzione, difesa nonviolenta e Corpi civili di pace (Firenze University Press, pp. 364, euro 22,50).
Tutto incentrato su un approccio pragmatico al tema dei Corpi civili di pace, tipico di una sana attività di «sensibilizzazione» a sfondo istituzionale, il valore dei contributi raccolti nel volume vanno cercati in luoghi diversi da quello, tutt'altro che superfluo, politico-culturale. In particolare in due direzioni: la prima riguarda la condivisibile interpretazione dell'identità europea come fondata su un'idea e una pratica politica che ha reso possibile la costruzione di una pace sostenibile nel vecchio continente. Cui però non si accompagna una scelta altrettanto coerente nella proiezione esterna, in chiave cosmopolita e unitaria, di questa grande ricchezza, tale da costruire percorsi di politica estera e di approccio alle crisi internazionali, oltre il dominante stato-centrismo a sfondo militare.
Da questa giusta considerazione, i contributi in questo libro esortano le istituzioni europee a fare di più per impegnarsi in questa direzione. In particolare, e siamo così al secondo tema degno di nota, istituzionalizzando i «Corpi civili di pace», le iniziative di Peace Research e, in generale, tutte quelle soggettività della non-violenza, solo alcune delle quali qui rappresentate, con alcune importanti omissioni, sorte in questi anni nella cosiddetta società civile e nel mondo accademico del vecchio continente.
Ci troviamo così di fronte, cosa abbastanza ricorrente nella storia della nuova sinistra post-sessantottesca, si pensi in proposito all'ambientalismo, al caso di un movimento che chiede di divenire istituzione. Interessante a questo proposito è la tematica affrontata, in modo maturo come raramente accade nel mondo del pacifismo italiano, sulla professionalizzazione del personale impiegabile sul campo. Al di là delle analisi contenute nella seconda parte del volume, dedicate all'insufficienza dell'approccio «militare» seguito nella gestione del conflitto in Kosovo, sta proprio qui il principale paradosso e spunto di riflessione. Da una parte, infatti, si invoca meno Stato, intendendo meno ingerenza delle istituzioni nell'operato dei corpi civili di pace o nelle esperienze di cooperazione internazionale (sono note la critiche espressa negli anni scorsi a quegli interventi di cooperazione ritenuti una variante «civile» dell'intervento militare in teatri di guerra), ma anche meno burocrazia nella politica internazionale. Dall'altro lato si chiede però proprio più Stato, attraverso un aumento degli investimenti pubblici su questo terreno, assieme alla stabilizzazione delle carriere dei singoli (ex)-volontari per continuare a sopravvivere ed essere realmente efficaci. Un contraddizione che rimane aperta e su cui continuare a riflettere